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Le Tecniche



Premettiamo innanzi tutto che tutte le tecniche di riproduzione per stampa d’arte prendono il nome dal materiale da cui tradizionalmente è costituita la matrice a cui vien fatto seguire il suffisso -grafia (dal greco graphía, da gràphð scrivere, disegnare). In ordine di comparsa, abbiamo le seguenti tecniche:

XILOGRAFIA - incisione a rilievo su matrici di legno (dal greco ksylon).

SERIGRAFIA - tecnica che impiega una matrice di tessuto, tradizionalmente seta (dal latino saeta o seta).

CALCOGRAFIA - incisione in cavo su matrici tradizionalmente di rame (dal greco khalkós). Dunque è dal vocabolo greco che significa rame che deriva il termine e non, come alcuni ritengono, da calco a indicare l’impronta che la matrice lascia nella stampa, che viene dal latino calcare, da calx, calcis tallone.

LITOGRAFIA - stampa in piano su matrici tradizionalmente di pietra (dal greco greco líthos). La pietra è carbonato di calcio, che questa volta non deriva dal latino calx, calcis ma dal greco kháliks, ciottolo.



Le tecniche calcografiche


Sotto questo aspetto, le tecniche calcografiche si dividono in due categorie, a seconda che venga utilizzato o meno un mordente: si dicono indirette quelle in cui gli scavi sulla matrice sono ottenuti tramite un mordente, e dirette quelle in cui i segni vengono prodotti meccanicamente, direttamente.

BULINO

Questa tecnica, la prima ad essere stata adottata, prende il nome dall’utensile con cui si eseguono gli scavi: il bulino, appunto. Si tratta di uno strumento sviluppato da un’altra disciplina artistica, l’oreficeria, il che rivela in che ambito sia comparsa la calcografia. Lo testimonia anche il Vasari, che ne attribuisce l’invenzione a Maso Finiguerra, orafo fiorentino. Più probabilmente, invece, la calcografia apparve, sempre attorno alla metà del XV secolo, nel Nord Europa, tra Germania e Fiandre, comunque a opera di un orafo, di qualcuno in grado di dominare quello strumento che richiede anni di apprendistato.
La tecnica è assai semplice da spiegare. Le matrici più frequentemente adottate sono di acciaio, rame, zinco e ferro; il disegno vi viene tracciato dalla punta del bulino. Questa è la sezione obliqua di una barretta d’acciaio. Quando viene premuta e fatta procedere sulla matrice, ne asporta un truciolo. Il segno che ne risulta è nitido e in grado di reggere tirature elevate; la sua modulazione è data dalla forma della sezione della punta (quadrata, a losanga, ovale, triangolare, tonda), dall’angolazione con cui incide la matrice e dalla pressione esercitata dall’operatore.
E’ una delle tecniche più difficili, che richiede grande sicurezza di mano, ottenibile tramite un lungo periodo di apprendistato. Per secoli è stata la tecnica regina, specialmente per le illustrazioni dei libri; oggi il suo impiego autonomo, non associato ad altre tecniche, è sempre più raro. La sigla internazionale di riconoscimento di questa tecnica è C1 se effettuata su acciaio, C2 se su altro metallo.

PUNTASECCA

Anche la puntasecca è una tecnica diretta, senza mordenti. L’utensile storico e più comune è una robusta punta d’acciaio, anche se esistono punte più sofisticate, di diamante o zaffiro, che presentano il vantaggio di non dover essere periodicamente affilate. La punta, acuminata, non asporta un truciolo ma, come un aratro, taglia e sposta la materia: la sua tipicità è che, proprio come un aratro, produce sia un solco che, ai suoi lati, un rilievo detto barba. Insieme al solco, anche la barba trattiene l’inchiostro e lo comunica alla carta in un caratteristico modo vellutato. La barba può essere rasata con il raschietto: avremo allora solo il solco, che produrrà un segno simile a quello del bulino ma meno nitido e profondo.
L’esito grafico dipende molto dall’angolazione con cui la punta traccia. La mano deve essere forte e decisa, in proporzione alla durezza della matrice impiegata: rame molto duro, zinco più tenero, plexiglass più tenero ancora. La pecca maggiore della puntasecca è la scarsa resistenza della matrice alla tiratura in quanto le barbe, che sono in rilievo, vengono facilmente schiacciate dalla grande pressione del torchio. Si privilegiano dunque i metalli più duri.
La sigla internazionale con cui viene indicata questa tecnica è C4.

MANIERA NERA O MEZZOTINTO

Anche la maniera nera è una tecnica diretta, sebbene ne esista una variante indiretta, quando si utilizza un mordente per la preparazione della lastra. Nell’esecuzione classica, la matrice viene “granita” con una robusta lama dentata di acciaio a forma di mezzaluna detta berceau, culla: facendo dondolare il berceau e premendo innumerevoli volte i suoi denti sulla matrice, si ottiene una superficie corrugata da fitte barbe che restituisce alla stampa un nero intenso e vellutato. L'utensile scorre sulla matrice, deformandola, con moto oscillante e con una pressione moderata e costante. Esiste uno schema di transito “corretto”: prima la lastra viene attraversa in verticale, poi in orizzontale, quindi in diagonale a 45 gradi da destra a sinistra e infine da sinistra a destra. Le quattro serie di traiettorie formano un "giro" e per assicurare al metallo l'adeguata preparazione ne occorrono da 10 a 15.
Partendo dal nero, si ottengono via via i chiari, fino al bianco purissimo, schiacciando e raschiando le barbe prodotte dal berceau. Questa tecnica consente di ottenere risultati grafici molto morbidi e pittorici, tonalmente versatilissimi.
Anche la maniera nera, parente della puntasecca, ha una tenuta relativamente limitata alla stampa e si usano prevalentemente lastre in rame, materiale più duro dello zinco, l’alternativa più comune. La sigla internazionale di questa tecnica è C7.

ACQUAFORTE

Il termine deriva dal nome medioevale dell’acido nitrico aqua fortis. E’ una tecnica indiretta, la più usata dagli incisori, che si basa sull'asportazione chimica del metallo dalla matrice, cioè tramite un liquido corrosivo detto “mordente”. Storicamente il grande pregio dell’acquaforte fu quello di svincolare la creatività degli artisti dal bulino e dall’esigenza o di un lungo tirocinio o dell’impiego di bulinisti incaricati dell’intaglio. La lastra viene dapprima levigata, pulita e sgrassata, poi verniciata con una apposita vernice acidoresistente, prevalentemente costituita da cera e bitume. Sulla superficie così preparata, si traccia con una punta il disegno asportando la vernice e scoprendo il metallo destinato alla corrosione dell'acido. Esistono punte di diverse dimensioni che producono linee di differente larghezza e che accrescono un po’ la gamma delle possibilità espressive (punte a lingua di gatto, piatte, tronche); l’autore comunque esegue il disegno in modo molto simile a quando usa la penna sulla carta. Si procede quindi alla morsura, la corrosione tramite l’acido. Esistono moltissime “ricette” di mordenti che dipendono dal tipo di metallo adottato e dai gusti e dall’esperienza di ogni incisore. L’acido più utilizzato è quello nitrico che, in diversa diluizione con l’acqua, è capace di agire su molti metalli. Il segno è meno nitido di quello che dà il bulino, ma è comunque in grado di reggere a tirature elevate. La sua modulazione, larghezza e profondità dipendono un po’ dalle punte e molto dal bagno di morsura La sigla internazionale di questa tecnica è C3

ACQUATINTA

E’ una tecnica relativamente recente: sembra che sia stata inventata dall’incisore francese Jean Baptiste Le Prince nel 1768.
L’acquatinta costituisce il superamento del segno come è espresso nell'acquaforte, nel bulino e nella puntasecca. A raffigurare concorrono aree “campite”, zone di intensità tonali differenziate, più o meno definite o contornate. Il principio è lo stesso del retino della stampa dei giornali: l’inchiostro è monotonale e per ottenere tutte le gradazioni del tono si ricorre a una scomposizione dell’immagine in minuscoli punti non percepiti dall’occhio: il rapporto tra punti bianchi e punti neri determina la gamma tonale. In questa tecnica, l’incisore produce un “retino” artigianale detto granitura.
I metodi utilizzabili sono moltissimi, quasi tutti indiretti, cioè con un bagno di morsura. Quello classico si attua nebulizzando polvere di resine, tipicamente pece greca o di bitume, all’interno di una scatola entro la quale viene posta la matrice sulla quale si deposita la polvere. La lastra viene poi fortemente scaldata per ottenere la fusione della resina e la sua salda adesione al metallo: ci saranno piccoli punti scoperti e piccoli punti coperti che rispettivamente corrisponderanno, dopo la morsura, ai neri e ai bianchi. Le zone che non devono essere trattate all’acquatinta, per rimanere bianche, o quelle che hanno raggiunto la tonalità desiderata, vengono coperte dalla vernice per non entrare in contatto con il mordente. Con l’esperienza e la perizia nel granire e nell’usare il bagno di morsura si riesce a modulare a piacimento il tono delle zone esposte al mordente.
La sigla internazionale di questa tecnica è C5.

Quelle trattate sono le principali tecniche adottate nell’incisione classica. E’ comunque doveroso ricordare che esistono numerose altre tecniche – dal punzone alla maniera allo zucchero, dalla ceramolle al punteggiato, dalla maniera a matita all’acquaforte in rilievo, dalla morsura aperta all’impressione a secco, dallo Hayter Method alla collografia, dal carborundum all’elettropunta – che rendono il panorama dell’incisione, della calcografia, quanto mai variegato.


Simboli internazionali


La tabella seguente riporta l’elenco completo dei simboli usati per identificare con precisione le tecniche di realizzazione degli ex libris.
Nomi e codici fanno riferimento al documento ufficiale approvato dalla Federazione internazionale associazioni ex libris (FISAE) durante il XXIX Congresso, svoltosi nel 2002 a Frederikshavn, Danimarca e coordinato da Benoît Junod. La versione in italiano è quella ufficiale approvata dall'AIE, Associazione italiana ex libris, durante il Consiglio Direttivo del 29 marzo 2003.

Calcografie "Originali"
C
C1
C2
C3
C4
C5
C6
C7
C7

Calcografie "Riproduzioni"
P3
P4
P10

Tecniche a rilievo "Originali"
X
X1
X2
X3
X4
X5
X6
X7

Tecniche a rilievo "Riproduzioni"
T
T1
T2
T3
P1
P2

Tecniche in piano "Originali"
L1
L2
L3
L4
P8
S
S1
S2
S3
S4
CGD

Tecniche in piano "Riproduzioni"
P
P5
P6
P7
P9
CRD
Y

Altri simboli
U
---/...
/mon.
/col.

L'uso di più tecniche deve essere indicato dai simboli delle singole tecniche, separati dal segno più. Per esempio: C2 + C3 + C5

Fonte di riferimento
www.artifexlibris.com